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Politica 5 min di lettura 250
02 Lug 2026 · 09:26

La politica dell’aspirante santo: come guadagnarsi il cielo in terra

C’è stato in tempo in cui la politica si interessava ai lavoratori, alle classi sociali più fragili e cercava di elevarle. Oggi il focus non è più la sostanza: è la forma.

La politica dell’aspirante santo: come guadagnarsi il cielo in terra

Immagine generata con AI

Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze! Lo sappiano o no: costoro esercitano il veneficio. F. W. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Chiunque abbia vissuto la seconda metà del ‘900, ricorderà i grandi raduni in piazza di Enrico Berlinguer
Avrà in mente le lotte operaie davanti ai cancelli della FIAT.
Penserà alla DC dell’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, ai referendum su aborto e divorzio promossi dal MSI
Era una politica non solo di ideali, ma di concretezza: si puntava alla loro realizzazione, si aveva un’idea di Italia.
Crolla il Muro, cadono le ideologie. 
Il PCI si scioglie nel 1991, seguito anni dopo dalla DC.

Il Movimento Sociale si trasforma in Alleanza Nazionale.
Il PSI di Craxi prende il potere e arriva mani pulite  sino alla discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994. 
Il resto è storia.

<<Comunisti col rolex!>> grida qualcuno.
<<Fascisti!>> risponde qualcun altro.
Slogan. Non un programma, non una proposta. 
Si lavora per categorizzazione dell’avversario, per delegittimazione su base semantica. Sebbene sia vero che vari sedicenti comunisti non provengano più da classi operaie, bensì da segmenti agiati della società, la riduzione del dibattito politico alla persona, ad-hominem, spoglia la politica della sua nobiltà.
Chi urla al fascista commette lo stesso errore. 
Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un fenomeno recente, nato in seno all’elezione del governo di Giorgia Meloni, attualmente in carica.

Non è così: anche Berlusconi venne definito in tal modo. Del fondatore di  Forza Italia se ne sono dette – e se ne potrebbero dire – di ogni. Tuttavia, dargli del fascista sarebbe una scorrettezza irrispettosa anche delle sue reali nefandezze.

Noi contro di loro. 
Bisogna dirlo: il tutto è condito con disonestà intellettuale  sistematica. 
Storicamente è vero: il fascismo termina con la caduta definitiva di Mussolini. Il sentimento di affiliazione a tali ideali è, tuttavia, rimasto presente in alcune frange della popolazione, esattamente come avvenuto per il comunismo.
Però sono ideologie ormai annacquate: chi vorrebbe davvero ritornare all’olio di ricino o al gulag? 
Chi sarebbe seriamente disposto a organizzare una rivoluzione? 
Tuttavia, per organizzare una rivoluzione c’è bisogno di qualcosa per cui combattere e non solo di qualcosa da distruggere. 
La distruzione per la distruzione è tipica dei rivoltosi, non dei rivoluzionari. 
Poi a qualcuno toccherà ricostruire, ma lo farà senza trasformare nulla: gli basterà tornare a un <<punto di ripristino>> favorevole.
Le rivoluzioni sono opera delle classi sociali colte, borghesi, non di quelle operaie.

Chiaramente, Marx non sarebbe stato d’accordo e neppure chi ancora oggi si definisce comunista. Persino quella russa, che portò alla nascita dell’URSS, avvenne grazie a Lenin
Di certo, lui, operaio non lo era. Per non parlare di Che Guevara.
Trascinatori, agitatori di folle altrimenti inermi: questo sono i grandi leader del passato.

Leader adatti alla loro epoca e alle loro condizioni socioeconomiche, difficilmente a quelle attuali. 
Poiché la società occidentale, sconquassata da crisi economiche, può comunque permettersi di chiedere un finanziamento per portarsi a casa la smart TV di ultima generazione. 
Capite qual è il punto?
La povertà reale non conta nulla, se quella percepita è più <<dolce>>.

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Storicamente, la povertà non è stata una ragione necessaria e sufficiente per scatenare una rivolta. 
Ciò che ha dato vita a sconvolgimenti temporanei o a rivoluzioni totali è stato un improvviso cambiamento di status, un peggioramento per esempio di una condizione già di per sé negativa.
Altrimenti, se bastasse davvero la povertà e la fame a spingere le popolazioni verso la rivoluzione, l’Africa si sarebbe trasformata nella prima potenza economica mondiale già da tempo. 
Ma non è così: la povertà è uno status sociale.

È una comfort zone, per quanto negativa.

E allora, cosa resta se non la morale? Se non l’accusa basata sulle parole e non sui temi, l’abbandono della sostanza in favore della forma?
Se non l’autoassoluzione dogmatica – dunque non ragionata – dall’essere come l’altro?
La lotta morale (o guerra santa) è tipica delle religioni e a loro si possono perdonare tali pretese. Non si può negare a una fede una delle sue funzioni primarie, ossia la definizione di bene e di male.

Ciononostante, la politica non dovrebbe essere questo. O, se vogliamo essere larghi, dovrebbe essere anche questo. Andrebbe fondata su alcuni valori inderogabili, è vero. Ma senza dimenticare l’economia, i lavoratori, gli studenti, i giovani. Le classi produttive e quelle culturali.

Nello stato attuale delle cose, la lotta – termine improprio, poiché svuotato del suo vero significato – non è più tra conservatori e progressisti. 
Lo scontro è tra conservatori e altri conservatori.

La variabile è una sola: cosa ci si proponga di conservare. 
Che si tratti della Costituzione oppure della famiglia tradizionale o del definirsi fascisti o antifascisti, poco cambia. Ciò che resta è un legame solidissimo con un passato idealizzato. La Costituzione del ’48, per esempio, non esiste più da tempo: quante volte è stata modificata, negli anni? Basti citare la riforma del titolo V o il taglio dei parlamentari voluto dal M5S.
Sulla famiglia tradizionale, poi, si potrebbe aprire un capitolo a parte considerando che nessuno sa davvero definirla sul serio, oltre a parlare di rapporto privilegiato tra uomo e donna.

È tuttavia divertente osservare come nessun difensore della stessa voglia abolire il divorzio o il matrimonio civile reinstaurando solamente quello religioso.
Perché certi diritti, conquistati con lotte vere, sono validi per tutti con buona pace degli antiabortisti.

Un tempo si parlava di ideali, di riforme, di cambiamenti.
Si andava oltre le accuse fondate sul proprio incensare moralmente sé stessi.
Non c’è bisogno di una nuova chiesa, né di una nuova grazia divina.
C’è nessuno?
Fantasmi; solamente i fantasmi.

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