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Cultura 6 min di lettura 161
15 Ago 2026 · 09:04
Opinione

Quando l’emancipazione passa per l’approvazione altrui

Vi sono persone che si sentono libere, perché si comportano come avrebbero sempre voluto. Al netto della veridicità di questa affermazione, resta comunque un problema da affrontare: è davvero emancipazione quando, per fare quel che desideriamo, entriamo a far parte di gruppi? È davvero libertà, affermazione di sé?

Quando l’emancipazione passa per l’approvazione altrui

Immagine generata con AI

L'uomo è un animale religioso L'autore, Joe Honam

Gruppi

Se si osservano i comportamenti umani, a un certo punto non si può non notare uno dei tanti schemi ricorrenti: all’interno dei gruppi, chi ne fa parte si comporta assecondandone le regole implicite. Che si tratti del modo di pensare, del vestiario, del gergo, della scelta di cosa discriminare e cosa no – ogni formazione è, di per sé, intollerante: cambia solo la scelta di cosa odiare rispetto agli altri – ogni raggruppamento di persone, composto dai tre individui in su, si riunisce sulla base di somiglianze preesistenti, rese evidenti da cosa non le accomuna a terzi. 

Tuttavia, le stesse finiscono per passare quasi in secondo piano, quando le leggi del branco prendono il sopravvento. Dopotutto, ogni sistema che si fondi sulla condivisione tra più uomini e donne si basa sulla fiducia: convincersi, infatti, che l’altro ci somigli. Ma se questa somiglianza non esiste per davvero? Allora la si crea tramite abbigliamento comune, parole ripetute dei membri  – vedi: zecca rossa  – e via dicendo. 

Ogni gruppo non è altro che la base della religione: che sia di tipo teistico, oppure politico o sportivo e così via, cambia poco. Quando più persone vengono intrise nei colori della stessa bandiera ne diventano, nei fatti, le colonne. O, per dirla in modo brutale, il pavimento sul quale stendere il tappeto sul quale, a sua volta, si muoverà l’idea.

Religioni: con o senza dio

Regole, schemi comportamentali, idee condivise. Ma chi le crea, queste categorie? Generalmente, un leader carismatico, oppure un libro da lui scritto. Pensiamo alla Bibbia, oppure al Manifesto del Partito Comunista: chiunque si ritenga seguace dell’una, dell’altro o di entrambi, tende a farlo senza ragionare. Seguire è un atto emotivo, di fede, di rinuncia a qualcosa di proprio, non di ragione. 
A meno che non si sottometta il raziocinio al sentimento e si scrivano testi che tentino di giustificare ciò in cui si crede, come le meravigliose  Confessioni di Agostino. 

Sono rari i casi nei quali l’adepto si è interfacciato per davvero col libro della sua fede. 
Qui abbiamo toccato la divinità del Cielo (Dio), così come abbiamo toccato quella della 
Terra e degli uomini
(Marx). Curioso come, in entrambi i casi, il messaggio di fondo sia sempre «Gli ultimi saranno i primi».
Il problema, però, non sono loro: entrambe le figure professano un messaggio condivisibile in alcune sue parti, in altre un po’ meno, in altre ancora per nulla. Se la legge divina fosse davvero perfetta, allora dovrebbe valere sempre e a ogni latitudine.

Fede cieca

Eppure, non risulta che i cristiani dei nostri giorni si comportino come Cristo comandava, anzi: spesso, quanto contenuto nella Bibbia viene prontamente smentito dalle parole di chi vive, oggi, i frutti dell’Illuminismo. Per fare un esempio, non di rado si citano le culture islamiche e le si definiscono arretrate; ma se si leggesse il proprio Testo Sacro, si scoprirebbe che nella Prima Lettera ai Corinzi 11,2-16, l’apostolo Paolo definisce disonorevole la donna che prega senza il velo. Si obietterebbe, giustamente, che la cultura occidentale è andata avanti; ma si potrebbe ribattere, di nuovo, che non è stato per merito della religione se c’è stata evoluzione, bensì di chi la fede l’ha messa in dubbio
Oggi, chi si definisce cristiano è più vicino a un ateo, che non a un credente.

Vale lo stesso per il Manifesto: i comunisti attuali, pur pochi per la verità, o esaltano Stalin – il che va contro la condanna di Marx nei confronti del leaderismo – oppure si ritengono pacifisti mentre, a essere sinceri, un’ideologia rivoluzionaria non può essere votata alla pace, tranne nella sua ultima fase di realizzazione. 
Di certo, non lo è il Comunismo teorico: «La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una nuova» afferma Marx ne Il Capitale.

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Chi crede?

Dopotutto, cosa significa credere? Se sai, sai; se credi, non sai.
Non sai che esiste il divino: ci credi.
Tuttavia, puoi sapere e continuare a credere, spesso sacrificando la ragione per assecondare il sentimento (fede). I più grotteschi, comunque, restano quegli atei fedeli alla religione (paradossale) dell’ateismo: attaccano il credo altrui esattamente come farebbe un fanatico religioso, convinti che il proprio “dio” sia superiore a quello degli altri.
Non tentano di smontare l’altro, di dialogarci: lo trattano proprio come fosse inferiore.
Segno che, inevitabilmente, l’uomo è un animale religioso.

Dentro al gruppo

Se si entra in un gruppo con l’idea di venire accettati per il proprio essere, per le proprie scelte, ci si deve rendere conto di una cosa: si sta scendendo a compromessi col fatto che una volta fuori da quella stanza, c’è un mondo ed esso non ti accetterà per quello che sei.
A dire il vero, neppure il gruppo lo fa: esso consente solo ciò che, di sé, vede in te. 
In altre parole, le somiglianze che avete in comune, il suo specchiarsi, come Narciso. 

Vi è un paradosso, nel dibattito politico contemporaneo, quando si dice che ogni cultura va rispettata. Il punto è questo: se si afferma che ciò che si fa, per esempio, in Medio Oriente è meritevole di rispetto, allora bisogna smettere di lottare per la condizione della donna in paesi come l’Iran. Perché se si continua, allora si afferma che non si rispetta quella cultura, bensì solo ciò che ci ricorda da dove noi veniamo, ovvero il contesto Occidentale

In breve: si apprezza solo quello che si è abituati a vedere, con cui si è cresciuti e si ritiene naturale. Dopotutto, come potrebbe un europeo accettare l’infibulazione, se neppure un  fascista odierno sopporterebbe di vedere applicata l’ideologia del  Duce?

Ci si emancipa, stando nei gruppi?
Risposta breve: no

Il gruppo include per esclusione: le somiglianze avvicinano, perché le divergenze isolano. 
A causa di queste ultime, dunque dell’inevitabile discriminazione, due persone possono dirsi simili, perché dissimili da una terza. La dinamica del nemico comune è, da sempre, lo strumento più forte per unire tra loro gli individui, i quali lo fanno già spontaneamente. In altre parole, le masse non accettano chi sei, ma il loro messaggio che, in te, si riflette. 
Per ottenere vera emancipazione individuale, bisogna compiere un salto ulteriore che, però, non tutti sono disposti a compiere, né se ne rendono conto. Libero (nei limiti di sé stesso), emancipato è colui il quale agisce nonostante il gruppo, nonostante gli altri. Non lo è chi ha bisogno del sostegno di una folla più o meno nutrita di persone, di chi gli dice che è speciale, giusto, che va bene così. Il sostegno è necessario alla persona, sia chiaro: serve a rafforzare la propria autostima. Tuttavia, non può travalicare questo limite sino a giungere al bisogno di approvazione, di sentirti accettati, di autoconvincersi di essere emancipati.

Quando succede questo, quella cosa che non hai il coraggio di fare, che la fa anche lui o lei, la farai anche tu. 
Non è emancipazione.

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