Giovani e lavoro, Crotone prova a costruire un ponte tra formazione e imprese: la sfida è fermare la fuga dei talenti
Dalla formazione al mondo produttivo, la Calabria continua a interrogarsi su come trattenere i propri giovani. A Crotone nuovi progetti puntano a mettere in relazione competenze, innovazione e imprese. Ma la grande sfida resta quella di trasformare le idee in occupazione.
Il futuro della Calabria ha un problema molto semplice da raccontare.
E terribilmente difficile da risolvere.
I giovani si formano.
Poi partono.
La regione investe nella loro istruzione, le famiglie affrontano sacrifici enormi, le università costruiscono competenze.
E alla fine, troppo spesso, il capitale umano prende un aereo.
Un treno.
Una strada verso il Nord.
O verso l’estero.
È questa la grande emorragia che la Calabria deve fermare.
E per farlo non bastano più gli appelli sentimentali.
Nessun giovane resta in una terra soltanto perché la ama.
Resta se può costruirci una vita.
Lavorare.
Guadagnare.
Realizzare un progetto.
È proprio sul rapporto tra giovani, formazione e mondo produttivo che si concentrano alcune nuove iniziative nate sul territorio calabrese. A Crotone, ad esempio, la Fondazione Pinta sta lavorando per creare un collegamento più diretto tra competenze giovanili e aziende, con l’obiettivo di trasformare la formazione in opportunità professionali concrete. �
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È una direzione interessante.
Perché uno dei problemi storici della Calabria è stato spesso proprio questo.
La distanza.
Da una parte il mondo della formazione.
Dall’altra quello delle imprese.
In mezzo, migliaia di giovani che possiedono competenze ma non riescono a trasformarle in lavoro.
Colmare questa distanza dovrebbe essere una priorità regionale.
Le scuole devono dialogare con il territorio.
Le università con le imprese.
Le istituzioni con chi vuole investire.
E soprattutto bisogna cominciare a considerare i giovani non come destinatari di assistenza.
Ma come protagonisti dell’economia.
Un ragazzo che apre un’impresa non sta chiedendo soltanto un aiuto.
Sta creando lavoro.
Un giovane professionista che resta non rappresenta un dato statistico.
Rappresenta una famiglia che potrebbe nascere in Calabria.
Una casa.
Consumi.
Servizi.
Un pezzo di futuro.
È per questo che la fuga dei giovani produce conseguenze enormi.
Non porta via soltanto persone.
Porta via possibilità.
La Calabria ha bisogno di costruire un nuovo patto.
La formazione deve garantire competenze realmente spendibili.
Le imprese devono trovare condizioni favorevoli per assumere.
Le istituzioni devono rendere più semplice investire.
E i giovani devono poter immaginare il proprio futuro senza essere costretti a immaginarlo altrove.
Nessuno vuole impedire ai ragazzi di partire.
Viaggiare è una ricchezza.
Studiare fuori è una ricchezza.
Conoscere il mondo è una ricchezza.
Il problema nasce quando tornare diventa impossibile.
La vera vittoria sarebbe un’altra.
Fare in modo che un giovane calabrese possa partire.
Vedere il mondo.
Imparare.
E poi scegliere.
Scegliere liberamente di tornare.
Non per nostalgia.
Per convenienza.
Per opportunità.
Per futuro.
La Calabria non può più permettersi di essere soltanto il luogo dal quale si parte.
Deve diventare, finalmente, anche un luogo verso il quale si torna.
E per riuscirci, la prima grande opera da costruire non sarà una strada o un ponte: sarà un ponte tra il talento e il lavoro.







