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Media e costume 8 min di lettura 548
14 Ago 2026 · 07:30

L’ultima generazione cresciuta dai propri genitori

Quella nata tra il 1990 e i primi anni del 2000 è, probabilmente, l'ultima generazione a non essere stata cresciuta interamente da un telefono.

L’ultima generazione cresciuta dai propri genitori

Immagine generata con AI

A scuola

Quando i bambini nati negli anni ’90 frequentavano ancora le elementari, spesso portavano a scuola i propri giochi preferiti: dalle carte di Yu-Gi-Oh! ai  Beyblade, passando per le macchinine dell’anime giapponese  Let’s & Go!. Il cellulare? Sì, qualcuno lo aveva. Lo si usava per scambiarsi immagini di  Dragon Ball, raffiguranti Goku mentre raggiungeva improponibili livelli del  Super Saiyan, oppure video con in sottofondo le canzoni dei  Linkin Park.

Anche se con meno frequenza, qualcun altro portava con sé la  PSP  o il  Nintendo DS e giocava con gli altri compagni durante l’intervallo. Durante le gite si scattavano foto, ma non si sentiva l’urgenza né di farne, né di immortalare sé stessi. Al posto di WhatsApp, si usava  MSN (ormai chiuso, dopo che Microsoft ha acquisito  Skype) o, in altri casi,  Habbo. Entrambi richiedevano l’utilizzo del computer.

A casa

I pomeriggi in compagnia erano, quasi sempre, trascorsi col joypad in mano, davanti alla TV, non di rado giocando a Dragon Ball Z: Budokai Tenkaichi 3 sull’indimenticabile  PlayStation 2, a casa di uno dei propri compagni di classe. Si organizzavano tornei, si urlava, si litigava… Ma si era fisicamente e mentalmente insieme. I giochi online esistevano e infatti anche l’iconica console di casa  Sony li prevedeva, con le dovute accortezze; tuttavia, non erano  né necessari, né se ne sentiva il bisogno.

La sua erede, la  PS3, renderà questa modalità ancor più presente sino a che, oggi, la gran parte dei titoli rilasciati ha una componente online, oppure è ingiocabile senza una connessione a internet.

Quando i server vengono chiusi dalla casa di produzione, bisogna dire  addio al divertimento e passare ad altro. Non si tratta di demonizzare il progredire delle tecnologie, entrambe hanno i loro pro e contro e non è neppure il tema principale di questo articolo.

Niente social network

Intendiamoci: siti come  Habbo – un social con funzionalità da videogioco – oppure Netlog (chiuso definitivamente nel 2015) esistevano. Sul primo si trascorrevano, forse, più ore che non sul secondo. Il punto, però, è un altro: non avendo (ancora) uno smartphone – come il primo iPhone – cose come lo scrolling compulsivo e l’annichilimento costante davanti a uno schermo non erano la norma. Era possibile, certo, almeno per una fetta minoritaria dei ragazzi e ragazzini che passavano i loro pomeriggi a personalizzare il proprio avatar su Habbo, per fare un esempio.

Ma l’incidenza non era minimamente paragonabile a quella della  droga  del nuovo millennio: Instagram e, ancor di più, quell’aberrazione che è  TikTok. Persino guardare un video online poteva diventare tedioso: riuscire a far caricare un filmato di pochi minuti, nel lontano 2008, poteva richiedere parecchio tempo. Forse era proprio grazie a questa frustrazione se si riusciva a non rimanere incollati davanti allo schermo del computer. Non era tutto così facile e immediato come lo è ora.

Certo, adesso risulta estremamente più piacevole godersi un film online, oppure ascoltare della musica su YouTube… ma a che prezzo?

Danni (in)visibili

Recentemente, sono stati pubblicati alcuni frammenti dei testi scritti dagli studenti durante l’ esame di maturità del 2026. Al netto del fatto che le ragazzate ci sono sempre state, per esempio rispondere in maniera volutamente sbagliata e ironica alle domande, esiste un problema che si continua a considerare in modo fin troppo superficiale: le risposte che vengono date sono, essenzialmente, figlie di TikTok. Lo si evince anche dal modo di esprimersi quotidiano di questi ragazzi.

Una conversazione non inizia quasi mai senza un  «Bro», la presunzione di essere più svegli delle generazioni precedenti porta molti di loro a definire chi è più grande come  «boomer» a prescindere.

Si è creato un nuovo linguaggio che, però, è più povero rispetto a quello delle generazioni che hanno terminato il primo ciclo di istruzione dieci o venti anni fa. Ironico come  Orwell  parlasse proprio di questo problema – la Neolingua – nel suo 1984. La semplificazione è uno dei mali della nostra epoca; di sicuro, tra i più grossi della società occidentale odierna. L’opinione più diffusa sarebbe che, a causa dei social network, il cervello si sia impigrito e ricerchi continue scariche di dopamina al fine di mantenersi attivo su stimoli veloci, privi di ragionamento e, comunque, facilmente accessibili.

Su questo, quasi nulla da obiettare. Si sorvola, però, su un punto: il cervello è un organo pigro. In quanto tale, vuole risparmiare energie e, per farlo, tenta di fare il minor sforzo possibile. TikTok funziona perché dà al cervello quello che vuole: zero sforzo e risultati continui, immediati. 
Fate caso anche ai video divulgativi: sono, quasi sempre, infarciti di battute continue. Non si apprende, ci si diverte. Verrebbe da chiedersi cosa, a parte le risate, rimanga nella mente di chi li guarda.

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Osservate i ragazzini di oggi: nei casi più gravi, sembrano quasi affetti da demenza senile. Risultati simili si vedevano, negli anni ’10 di questo millennio, in quegli adolescenti che fumavano marijuana regolarmente. E l’utilizzo dell’ AI, alla luce del nuovo  stile cognitivo imperante, è la conferma di questo. Non è il mezzo: è come funziona chi lo usa

L’ultima generazione

Sebbene ci siano solo dieci o quindici anni di differenza, le due generazioni prese in esame sono profondamente diverse. Se quella più anziana ha avuto la fortuna/sfortuna di essere l’ultima a venir cresciuta senza l’eccesso di tecnologia e ad aver assistito al passaggio dalla relazione analogica a quella digitale, la seconda non ha sviluppato questi anticorpi ed è totalmente succube dello schermo del telefono. Fino a qualche tempo fa, si poteva dire lo stesso solo delle generazioni precedenti: non conoscendo bene il computer e avendone praticato l’utilizzo solo negli ultimi due decenni, erano e sono più facili  prede di errori, truffe e inganni ai quali internet espone tutti noi. E sono anche i più irritanti, quando si va al cinema: non riuscendo a staccare gli occhi dal telefono e temendo la noia, inondano la sala con l’onnipresente luce accecante del display, mentre i figli – spesso bambini – si ritrovano spaesati alla vista di un film che, in alcuni casi, non comprendono fino in fondo e si vedono negata l’attenzione da parte della mamma, troppo impegnata a scrollare foto e video su Instagram

Le vecchie generazioni,  non conoscendo il mezzo, ne diventavano   vittime. Quella che oggi è, al contrario, la più giovane, non conosce bene questi strumenti e cade nella stessa rete di quella più anziana. Quella che, invece, ha potuto assistere da dentro a questa trasformazione (definita come quella dei  Millennials), ha tutti gli strumenti per riuscire dove entrambe falliscono o hanno fallito. A coronare ciò, un fatto preoccupante per quanto sia, in parte, in linea con i tempi: le cosiddette generazioni Z e Alpha non sanno usare il computer o ne hanno una conoscenza estremamente limitata.

Anche per questo sono simili a quella dei  Boomer. Il che sarebbe anche coerente col mezzo da loro maggiormente utilizzato, lo smartphone… se solo sapessero farci qualcosa di più, rispetto a pubblicare reel sui social o al dare dell’ analfabeta funzionale a chiunque. 

Conseguenze

Le nuove generazioni stanno vivendo la fase discendente del cosiddetto effetto Flynn: se, a partire dai primi decenni del ‘900, il QI medio della popolazione ha subìto una crescita di 3 punti ogni 10 anni sino agli anni ’90, a partire dai primi anni del 2000 la situazione si è invertita e la media dell’ intelligenza ha iniziato a calare. A causare questi cambiamenti, sia in positivo che in negativo, sono state le diverse condizioni ambientali e sociali.

L’accesso alla cultura, ai giochi, a professioni che richiedevano l’uso del ragionamento ha permesso al cervello di svilupparsi meglio, cognitivamente parlando. Però, negli ultimi due decenni, l’ eccesso di tecnologia, l’impoverimento del linguaggio (discusso sopra), la sedentarietà e la ricerca di stimoli veloci (come TikTok) ha provocato una riduzione di circa 1,8 punti ogni 10 anni. Se 3 punti o 1,8 vi sembrano pochi, considerate che il QI medio si trova intorno ai 100 punti e che una deviazione standard (SD) è di 15.

Anche un solo punto è, perciò, tanto.

Responsabilità 

Aristotele diceva che la virtù non sta agli estremi, bensì nel mezzo. Ma parlava anche del principio di non contraddizione, dove una cosa può essere o vera, o falsa, ma mai entrambe le cose insieme. Dunque: come può il moderno essere così antico nei modi? O meglio: com’è possibile che, delle generazioni passate, quelle più nuove abbiano ereditato soltanto i difetti e li abbiano scambiati per virtù? Se dal genitore nasce il figlio, significa che le responsabilità derivano da chi lo ha generato. 

Conclusione

Facciamo un esempio osservato direttamente pochi anni fa. Una bambina italiana di tre anni incapace di parlare (forse aveva già qualche problema pregresso, non è da escludere), veniva piazzata, da appena sveglia,  davanti a un tablet che le parlava solo in inglese. Vivevano in Scozia all’epoca e i suoi genitori stavano incollati, rispettivamente, su  Fortnite e  GTA V
Lei, che oggi dovrebbe avere circa dieci anni, è stata cresciuta da uno schermo. Il tempo è passato: credete che possa fidarsi di mamma e papà, se per lei sono degli estranei e loro non si sono mai sforzati di conoscerla?

 

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